RECENSIONE: "Tredici" di Jay Asher

Titolo: Tredici
Autore: Jay Asher
Editore: Mondadori
Genere: Contemporaneo
Pagine: 229
Trama: "Ciao a tutti. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste cassette è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori... Ve lo prometto." Quando Clay Jensen ascolta il primo dei nastri che qualcuno ha lasciato per lui davanti alla porta di casa non può credere alle sue orecchie. La voce che gli sta parlando appartiene ad Hannah, la ragazza di cui è innamorato dalla prima liceo, la stessa che si è suicidata soltanto un paio di settimane prima. Clay è sconvolto, da un lato non vorrebbe avere nulla a che fare con quei nastri. Hannah è morta, e i suoi segreti dovrebbero essere sepolti con lei. Ma dall'altro, il desiderio di scoprire quale ruolo ha avuto lui nella vicenda è troppo forte. Per tutta la notte, quindi, guidato dalla voce della ragazza, Clay ripercorre gli episodi che hanno segnato la sua vita e determinato, in un drammatico effetto valanga, la scelta di privarsene. Tredici motivi, tredici storie che coinvolgono Clay e alcuni dei suoi compagni di scuola e che, una volta ascoltati, sconvolgeranno per sempre le loro esistenze.
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Recensione

«Se mi stai ascoltando sei arrivato troppo tardi...»

Questo libro può essere descritto solo con una frase che sentivo spesso, quando ero ragazzina, e che ha segnato profondamente parti del mio cuore: «Non si può salvare chi non vuole essere salvato.» Non perché si è menefreghisti o cattivi, ma perché chi ha già deciso non chiede aiuto. Forse lascia dei segni, cerca di smuovere le coscienze coinvolgendoti in momenti che per lui sono profondamente significativi; ma la realtà è che nel turbinio della vita di tutti i giorni, presi come siamo dai nostri problemi, difficilmente ci mettiamo a riflettere sulla vita degli altri. Benché la nostra esistenza influenzi inevitabilmente quella delle persone con cui entriamo in contatto e viceversa, è altresì vero che l'essere umano è un soggetto portato all'egoismo e prima di tutto ci sono i nostri desideri, le nostre volontà, i nostri pensieri e sentimenti. È così che funziona. Non è cattiveria, è solo la caratteristica predominante dell’essere umano.
Se dovessi dire se mi è piaciuto o meno questo libro, non lo so. Mi ha fatto riflettere su delle cose, quello sicuramente, ma non posso dire di aver apprezzato Hannah o quella dozzina di persone che lei chiama in causa. L’unica nota positiva è Clay, il +1 dell’equazione, che ha espresso spesso e volentieri i miei sentimenti circa le parole di Hannah. Clay è il primo a dire che Hannah non ha chiesto aiuto, in realtà. Non è andata a dirgli: «Aiutami, ho paura di me stessa.» Lei si è rivolta a questo o quello parlando in astratto, senza mai arrivare al nocciolo della questione, perché in realtà aveva già deciso. Niente e nessuno avrebbe potuto farle cambiare idea, perché niente e nessuno avrebbe potuto liberarla dalla cosa che le faceva più paura: la sua stessa pelle.
Hannah non poteva essere salvata perché lei non voleva essere salvata. Non alla fine, per lo meno. Ed è colpevole per aver taciuto certe situazioni, per aver rinunciato. Per aver gettato la spugna quando nonostante tutto la vita è bella e le cose brutte passano. È triste sapere che non abbia capito che sì, esistono i giorni brutti, bruttissimi, orrendi. Ma esistono perché poi fanno splendere di più quelli belli. È triste che non abbia capito che la felicità è nelle piccole cose e che la speranza c’è sempre, anche quando sembra che intorno a noi ci sia solo oscurità e silenzio. Che quando pensiamo di essere soli, che nonostante i rifiuti di centinaia di persone, alla fine arriva qualcuno disposto a stringerci forte la mano e aiutarci ad uscire da tutto, se solo non ci arrendiamo a chiedere aiuto.
Ma purtroppo lei si sentiva sola a causa degli errori dei tredici. Altre tredici persone che hanno sbagliato, che l’hanno ferita. Che non hanno considerato che dire o non dire, fare o non fare, avrebbe fatto la differenza. Perché il male finisce, scivola nel passato, ma il suo ricordo rimane per sempre. Se si fosse tutti più consapevoli di quanto possano ripercuotersi nella vita di un’altra persona i propri gesti e le proprie parole, forse tutti vivremo in un mondo migliore.
Ma qui torniamo al punto iniziale: siamo egoisti. Chi se ne importa se diciamo a qualcuno che non abbiamo tempo? Siamo di fretta, c’è un impegno che è più importante. Più importante di cosa? Non sappiamo nemmeno quello che ci doveva dire questa persona, eppure era più importante perché era un problema nostro. Il nostro bene viene sempre prima di quello di tutti gli altri. Per un verso non è sbagliato, perché è giusto innanzi tutto amare noi stessi; ma dovremmo capire la differenza tra il farlo bene e il farlo a discapito del prossimo. Dovremmo trovare il tempo, e le parole, e i gesti. Dovremmo dire la verità, nient’altro che quella, perché è la via verso la felicità. Dovremmo poter chiedere aiuto quando ne abbiamo bisogno senza paura di essere giudicati. Senza sentirci dire che sono problemi “stupidi”. Dovremmo poter sentirci importanti, di valore, sempre.
Ad Hannah mancava completamente questo. Sentire che valeva tanto come tutti gli altri. Sentire che la sua vita, le sue idee, la sua vera personalità erano importanti. Che qualcuno cercasse di vedere oltre i pettegolezzi e le stronzate. Che qualcuno vedesse Hannah.
Ma non è successo. Erano tutti concentrati su quello che volevano, sul raggiungimento del proprio scopo: un bacio, la fama, un ragazzo... «Io, io, io, io, io.» Nessuno «Tu.» Solo «Io.»
Io voglio che la gente pensi questo di Hannah, io voglio fare questo ad Hannah, io penso che non sia saggio farmi vedere con lei per le voci che girano, io la voglio come amica perché posso ottenere qualcosa da lei. Io, io, io, io, io.
E in quest’equazione di egoismo e menefreghismo, Hannah si è ritrovata da sola al centro del tornado, sballottata di qua e di là, senza possibilità di uscire fuori e prendere una boccata d’aria. Le cattiverie, le chiacchiere, gli sguardi, le spalle voltate e i silenzi l’hanno catturata e dall’oscurità non è più uscita. Non ha più visto luci da nessuna parte, uno spiraglio, niente. Ha perso la speranza. E si è arresa.
Pensiamo di avere tempo. «Le parlerò domani, c’è tempo.»; «Cercherò di capire perché è triste, ma domani, perché tanto c’è tempo.» Tuttavia siamo umani. Il tempo a nostra disposizione non è infinito. C’è una data di scadenza. Per volontà della vita, del Fato, di qualcun altro o nostra, la nostra vita prima o poi finisce. E noi rimaniamo lì a tormentarci con i «E se...» e con i «Ma...»
È la sorte del povero Clay, che ottiene tante risposte e milioni di domande. È la sorte di Clay, che ha sbagliato ed è stato egoista, ma che ha imparato. La lezione è stata appresa. E se c’è una lezione in questo libro è proprio questa: la speranza. Di un domani dove poter essere migliori. Di un domani dove qualcun  altro sarà strappato dalle tenebre e riportato alla luce. Di un domani dove esiste anche un «Tu» e non si è più soli.
È La Lezione. Le sette cassette di Hanna. I tredici lati. I tredici numeri scritti con lo smalto blu. Le tredici vite raccontate che si intrecciano e si incastrano anche senza che gli stessi protagonisti ne siano a conoscenza; a riprova del fatto che tutto quello che facciamo ha effetti anche su quelli che abbiamo intorno. A riprova del fatto che, per quanto egoisti siamo, per quanto ci proviamo, siamo parte di un grande «Noi.» Basta solo ricordarselo.

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