RECENSIONE: "I resti di Billy" di Jamie Fessenden

Titolo: I resti di Billy
Titolo originale: Billy's bones
Autore: Jamie Fessenden
Editore: Triskell Edizioni, collana Rainbow
Genere: Contemporaneo
Pagine: 271
Trama: Kevin Derocher ha trentadue anni quando entra nell’ufficio di Tom Langois.
Sposato da poco, un bambino in arrivo, e il colletto della camicia di flanella rossa sollevato in modo da coprire il livido attorno alla gola, provocato dal suo tentativo di suicidio.
Dopo un consulto iniziale, il terapista è convinto che non lo vedrà mai più, ma Kevin si presenta casualmente tre anni più tardi per eseguire delle riparazioni proprio nella nuova casa di Tom.
Kevin e Tom diventano subito amici, e Tom inizia a sospettare che Kevin possa essere interessato a qualcosa di più di una semplice amicizia.
Tuttavia, Kevin sembra ossessionato da qualcosa accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di terribile che ha dovuto chiudere fuori dalla mente. Quei ricordi soppressi gli impediscono di avvicinarsi a qualcuno senza andare nel panico o perdere il controllo, a volte violentemente.
Ma quando il suo passato comincia a riaffiorare, diventa evidente che lui possa essere la chiave di un mistero vecchio di venticinque anni: cosa è successo a Billy?
Acquistabile QUI

Recensione

«Come ho potuto dimenticare tutto questo?»
«Oh, tesoro, come avresti potuto ricordarlo?»

Penso che il senso di questo libro sia tutto qui: nella capacità straordinaria della memoria, del subconscio, di tendere la mano verso di noi e aiutarci ad archiviare e magari farci dimenticare episodi che ci hanno segnato nel profondo. Episodi che cambieranno per sempre le nostre vite, qualora li dovessimo ricordare, e che di sicuro hanno cambiato la nostra vita prima.
Devo essere sincera: ho iniziato a leggere questo libro con un atteggiamento molto scettico. Benché sia fortemente amante delle storie angst (soprattutto se in stand alone come questo), è anche vero che la tematica è complessa e articolata e avevo il grosso dubbio che non fosse possibile spiegare i meccanismi della psiche in un libro così breve e romanzato.
Quando ho poi concluso il libro sì, alcune cose sono state “semplificate”, se così si può dire, ma non per questo sminuite. Come Fessenden stesso dice nella nota iniziale del libro, rarissimamente si ha un ritorno completo di memoria come quello che ha visto protagonista Kevin, ma che era necessario per lo svolgersi del romanzo. Quel momento, con “Kyrie” dei Mr. Mister in sottofondo accesa apposta per immedesimarmi ancora di più nella scena; mi ha trasportato nella mente di Kevin, nei suoi recessi mentali, nella sua psiche più profonda, nelle sue paure e nel turbine emotivo che quel momento significa. È il punto focale del libro, il culminante, e a mio avviso il più bello. Non per quello che succede, chiaramente, ma per la cruda onestà con cui è descritto tutto, senza però sfociare mai nella volgarità  di linguaggio gratuita, tracciando ogni frase con una delicatezza sorprendente che ti aiuta a non staccarti dalla lettura, benché i fatti ti facciano venire la nausea per la loro bestialità.
Essere nella mente di Kevin è stupefacente. Avrei disperatamente voluto che il libro fosse con un punto di vista alternato, perché la narrazione solo dal punto di vista di Tom non aiuta a capire davvero Kevin, anche se è un personaggio perfettamente delineato grazia anche alla sua straordinaria incapacità di provare vergogna, eliminando di fatto il filtro cervello–bocca che spesso a noi blocca commenti o pensieri che sono considerati inopportuni. Tom è un buon narratore – anche se io non l’ho amato particolarmente come personaggio – ma è Kevin il vero, indiscusso, affascinante protagonista del romanzo. E non perché è tutto muscoli, tatuaggi, sguardi accattivanti e testosterone a mille. Non potrebbe essere più lontano dagli stereotipi del romanzo MM! Eppure mi ha affascinato più lui di tanti altri.
Le scene intime tra i due sono ridotte al minimo a causa della malattia di Kevin, ma è così profondo tutto il resto di Kevin, che non ha nessuna importanza. Kevin è segnato dentro, è ferito, è alla deriva. È un’anima in pena che sta vagando nella notte. Cerca di trovare la luce, di vedere un puntino lontano, ma non lo scorge. Per anni e anni si sente intrappolato nella sua stessa pelle. Ma poi arriva Tom. E Tom non gli fa passare le sue cazzate. Non gli dice che va tutto bene, che può non fare niente, no. Tom gli dice che deve guarire, e Kevin alla fine lo fa.
È questo, secondo me, il filo conduttore dell’intero libro: l’amore. Quello che ti porta a combattere i tuoi demoni interiori per poter stare con la persona che ami e farla felice. Quello che ti porta a sopportare i silenzi, gli sbalzi d’umore, il timore e i dubbi. Quello che con la verità a galla ci insegna a voler bene a noi stessi. Quello che si sente per un ricordo lontano, qualcuno che ci capiva, un ricordo dolce e antico della tua infanzia. 
E poi c’è l’amore malato. Quello della madre, del padre. Quello che nega, che inganna, che non capisce. Quello che ferisce e uccide, che ti disintegra l'anima e te la distrugge in mille pezzi, rendendoti rotto dentro, così tanto che hai paura di non poter mai più essere aggiustato.
Ci sono tante sfaccettature dell’amore, in questo libro. Alcune per nulla lecite, altre splendenti, ma è solo grazie all'amore che Kevin riesce a rinascere. A vedere quel puntino di luce. A vederlo farsi sempre più vicino. A guardare dentro le ombre della sua mente senza più timori e a sconfiggere i suoi demoni. A tornare intero. Magari non completamente, ma sarà l'amore a riempire le crepe e a renderlo solido, impedendogli di cadere ancora.

Kyrie eleison, down the road that I must travel
Kyrie eleison, through the darkness of the night


Commenti