RECENSIONE: "Nascosti dal mondo" di J. W. Kilhey

Mi è capitato pochissime volte di aver voglia di spendere due parole per un libro che ho letto. Non è mancanza di interesse o di voglia di far sapere all'autore che l'ho apprezzato, ma preferisco semplicemente limitarmi a dargli cinque stelline su Goodreads e stop.
Ma questo libro è stato troppo intenso e mi ha scatenato troppe emozioni dentro per non aver voglia di dire qualcosa. Perciò vi lascio qui sotto la mia impressione, invitandovi tutti a leggerlo, perché ne vale la pena.


Titolo: Nascosti dal mondo
Titolo originale: Hidden Away
Autore: J. W. Kilhey
Editore: Triskell Edizioni, collana Rainbow
Genere: Storico
Pagine: 370
Trama: Franklin D. Roosvelt ha detto: "Nessun uomo e nessuna forza possono abolire la memoria".
John Oakes e Kurt Fournier sono la prova vivente della verità dietro quelle parole. Sin dai tempi degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, John e Kurt hanno arrancato per portare avanti le loro esistenze, sanguinando da ferite che non sono mai guarite. Ora si ritrovano nel 1950: la guerra può essere finita, ma la battaglia per trovare la pace è appena iniziata.
John, dottorando alla UC Berkley e veterano, fluttua attraverso la vita del dopoguerra fino a quando coglie il misterioso Kurt a suonare di nascosto un pianoforte all’università. John pensa di poter trovare un po’ di conforto in compagnia di Kurt ma non sa come creare una connessione con quell’uomo che vive una vita di prudente solitudine. Senso di colpa e rammarico minacciano di invalidare le loro speranze di avere una vita normale. Nessun uomo è un’isola, quindi John e Kurt devono mettere a rischio il loro cuore per trovare la felicità. Sfortunatamente, i ricordi e le paure possono paralizzare anche la persona più forte.
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Recensione
«Sono stato anch’io ai cancelli dell’inferno. E temo che mi perseguiteranno per sempre.»

Se penso alla mia visita al Campo Di Concentramento Di Dachau, la prima cosa che mi viene in mente è la grossa cancellata nera con la scritta “Arbeit Macht Frei”. Il Lavoro Rende Liberi. Ricordo il campo che si intravedeva dagli spazi di metallo. Era il primo punto di osservazione, dopo aver costeggiato mura e mura di pietra e filo spinato da una parte e rotaie dall’altra. Sembrerà sciocco da dire, ma passato quel cancello, l’aria sembra farsi diversa. Più pesante. Più opprimente. È come se, varcando la cancellata, si entrasse in un Universo Parallelo dove le cose non funzionano come siamo abituati. Forse sono i Fantasmi di tutte le persone che sono morte lì. Forse è solo il senso di morte opprimente che aleggia ovunque si volti lo sguardo.
Avevo già visitato un Campo Di Concentramento a Oranienburg, prima. Era stato il Campo Di Concentramento Di Sachsenhausen. Quella visita, fatta sotto la pioggia e con la nebbia che aleggiava, aveva dato un’aria ancor più deprimente a un posto che di per sé non ha già nulla di allegro. Il tempo a Dachau invece era stupendo. Ricordo un gran sole, il caldo, la luce che si specchiava su ogni finestra. Era tutto luminoso e limpido, ma la sensazione che ho percepito è stata peggiore di quella a Oranienburg. Era tutto più grande, più immenso, più desolato, più... Triste. Era come se anche in quel momento ci fossero tutte quelle persone in fila nel grande piazzale a fare l’appello e a infilarsi e sfilarsi il cappello ancora e ancora.
Entrare dentro le strutture mi ha fatto percepire un sempre più crescente senso di angoscia. Vedere dove dormivano, come vivevano, tutti ammassati uno sopra l’altro. Sentire gli scricchiolii del legno che arrivavano all’orecchio come angosciosi lamenti. Visitare la mostra permanente con le testimonianze dell’epoca, le foto, gli utensili quotidiani e di tortura. Una carriola di legno su cui venivano trasportati quelli che non riuscivano più a sopravvivere e che morivano nell’indifferenza di tutti, come se la loro vita valesse meno di zero. Ma più di tutto ricordo la statua. Era lì, al centro della grande sala. Non era imponente come il grosso mausoleo esterno, né come l’altissima torre a Oranienburg. Era di dimensioni discrete, né troppo alta né troppo lunga. Di sicuro non troppo larga, come se le figure ritratte dovessero occupare meno spazio possibile. Era spaventosa. Perché i visi ritratti di quegli uomini in fila avevano la stessa scarna desolazione di quelli ritratti nelle foto. Sembrava come se tanti fantasmi si fossero allineati e fermati lì, come monito perenne delle condizioni in cui viveva quella povera gente. I visi scavati, le teste calve, le ossa sporgenti e i vestiti sporchi e strappati. Gli occhi infossati, vacui. Le bocche spalancate in urli silenziosi, senza voce, senza più la forza, perché tanto comunque nessuno avrebbe risposto.
Manca la speranza, in quei luoghi. Ovunque ci si volti, non c’è. Anche adesso, che sono passati settant’anni. Ovunque ci si guardi intorno, c’è solo desolazione, tristezza e morte.
Questo libro fa male. È crudele. Leggere dei ricordi di John e Kurt avendo bene impresse nella memoria le immagini viste a Dachau e le sensazioni percepite e sedimentate nel mio stomaco, più di una volta mi hanno dato la nausea. La sofferenza di John e Kurt era la stessa impressa nei volti di quelle statue a Dachau, col dolore imprigionato dentro e nessuna capacità di tirarlo fuori. Era il rimorso, la paura, la crudele speranza che non abbandona mai gli uomini. Era feroce e crudele. E la cosa che rende tutto così spaventoso è che migliaia di persone l’hanno vissuto veramente. Hanno provato davvero quei sentimenti. Hanno sentito davvero di essere soli e abbandonati, ininfluenti nel grande schema delle cose.
Leggerlo sui libri non rende mai l’idea di quello che è stato davvero. Ma visitare, conoscere, guardare. Quello aiuta. Quello fa capire. Quello apre gli occhi. Perché «è una vergogna che non si insegni la storia di tutti, non per sminuire quella di altri, ma per assicurarci di ricordare cosa può fare a tutti noi.» Conoscere gli orrori dell’Olocausto è la marcia giusta per evitare che altri facciano un altro Genocidio basato su assurdità e talmente inumano da non essere comprensibile o giustificabile in alcuna maniera.
John e Kurt sono personaggi inventati, ma sono la testimonianza romanzata di tante persone come loro. Tanti soldati che hanno liberato i Campi, hanno combattuto una guerra e per questo sono stati costretti a uccidere; a impazzire. La storia di tante persone rinchiuse dentro quelle mura e il filo spinato, con la voglia sempre più crescente di morire, con triangoli colorati sul petto a monito delle colpe che avevano avuto secondo persone che si erano elette a giudici supremi in Terra. È il dolore della perdita. Della propria libertà, della propria vita, della propria volontà, della propria umanità. È la perdita della persona amata, di Peter, della musica, della coscienza. È la perdita di tutto quello che di buono c’è a questo mondo e che dentro quelle mura sembra sparito, risucchiato via non appena si è varcato quel cancello di metallo.
È la ricerca della propria redenzione con l’aiuto di chi può capire, di chi non ti fa sentire solo e pazzo, perso. È il potere della Memoria. E dell’amore.



«Tutto attorno a noi svanisce e siamo gli unici due esseri umani al mondo. Non siamo più in piedi davanti ai cancelli dormienti dell’inferno. Siamo in piedi sull’orlo dell’eternità, pronti a fare l’ultimo passo insieme.»

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